L'Abbazia di Farfa Distese di leccete dal verde intenso, dolci rilievi dalle sagome arrotondate, pascoli, campi di grano, vigneti e uliveti che si estendono sui poggi; e ancora, borghi arroccati che si stagliano sull’orizzonte dei monti, frazioni rurali risparmiate dal tempo, casali abbandonati e castelli di pietra: tutti questi sono gli elementi che caratterizzano la variegata regione della Sabina che occupa quello spazio che dall’Alto Lazio reatino confina con la valle del Tevere e si spinge fino ai Monti Sabini, con le loro propaggini collinari che si elevano progressivamente a formare altopiani erbosi intervallati ad aspre pietraie, laddove il terreno calcareo dà luogo a fenomeni carsici fra cui doline, grotte, canyon ed enormi voragini. In questo multiforme territorio si sviluppa un itinerario di sorprendente interesse paesaggistico, storico e culturale, che oltre a garantire la riscoperta di luoghi di antico prestigio e panorami di rara bellezza offre anche svariati spunti curiosi e serba non pochi misteri.

Ci si muove da Fara in Sabina, piccolo borgo di origine longobarda che ha conservato l’impianto originale e ospita un interessante Museo Archeologico presso il Palazzo Baronale. Una visita merita anche la pregevole Collegiata di Sant’Antonio Martire, che al suo interno conserva un originale e macabro crocefisso ricoperto di pelle umana.

Vero vanto di Fara in Sabina è però l’Abbazia di Farfa, straordinaria opera architettonica, un tempo potente centro di emanazione spirituale e culturale di tutta la Sabina. L’Abbazia sorge in un sito già abitato in epoca romana e adibito a luogo di culto cristiano fin dai primi secoli. Al suo interno conserva una notevole biblioteca e opere d’arte di inestimabile valore. Monumento principale dell’Abbazia è la chiesa di Santa Maria, che ha conservato l’originale aspetto romanico. L’altare maggiore è copeto da un recente ciborio composto da quattro colonne di marmo verde portanti un architrave e una copertura spiovente. Si dice che la colonna posteriore sinistra al contatto trasmetta talvolta una sensazione simile a una scossa elettrica. Numerose sono nell’Abbazia le presenze del Nodo di Salomone, antico simbolo archetipo che rimanda al labirinto e può essere interpretato come un contrassegno dell’opera di maestranze d’Oltralpe che potrebbero aver lavorato presso l’Abbazia. poco lontano da qui sorge in posizione elevata la piccola frazione di Bocchigliano. Negli immediati dintorni della chiesa del paese sono rinvenibili numerosi esemplari di Triplice Cinta. La sosta a Fara in Sabina consente di godere magnifici panorami sulla Campagna Romana, il Soratte e la Valle del Tevere oltre, ovviamente, ai magnifici paesaggi della Valle del Farfa. Consigliabile è anche un’escursione alle romantiche rovine dell’Abbazia di San Martino che giacciono sulla cima del Monte Acuziano, la brulla e pietrosa altura che domina l’abitato. Lasciando Fara in Sabina e la sua meravigliosa Abbazia e muovendo a est si incontra il piccolo centro di Toffia, in cui sorge il curioso Museo Raniero di Maria Petrucci, un’artista locale, e la Casa Vico Gabriella, che una leggenda vuole zeppa di antichi trabocchetti.

Per arrivare a Frasso Sabino si passa nella frazione di Osteria Nuova, antica stazione della via Salaria. Qui sorge l’inquietante Grotta dei Massacci, un poderoso sepolcro megalitico che si sviluppa al di sotto di un casale abbandonato innalzato al fianco di una chiesetta. Si accede ad esso attraverso un ampio dromos e si raggiunge una camera quadrata ai cui lati si aprono delle nicchie. Lo straordinario monumento, realizzato con enormi pietre calcaree, è avvolto nel mistero. Si ignora chi lo abbia edificato e per quale ragione. Poco oltre la Grotta dei Massacci si incontrano i resti dei “Torracci”, tre grandi sepolcri a torre risalenti al II secolo d.C. di cui due ben visibili e un terzo quasi interamente distrutto, che si pensa fossero collegati alla Grotta tramite un passaggio sotterraneo.

Si raggiunge poi Frasso Sabino, grazioso borgo medievale cinto da verdi colline e da coltivazione di ulivi sorse tra la fine del X l'inizio dell’XI secolo sulla riva sinistra del fiume Farfa. Da vedere il Castello degli Sforza Cesarini, imponente edificio databile tra il XV e il XVI secolo caratterizzato da una torre cilindrica angolare ornata di beccatelli. La struttura originaria è stata più volte rimaneggiata nel corso degli anni subendo notevoli danni alla torre e alle pitture degli appartamenti che sono state intonacate o distrutte. Interessante anche la Chiesa di San Pietro in Vincoli, che presenta una piccola abside e tre navate, di cui quella destra nel XVII secolo è stata murata e trasformata in una serie di cappelle funebri annesse all'attiguo cimitero. L'interno è decorato con affreschi risalenti al XV secolo raffiguranti "l'Annunciazione", la "Fuga in Egitto" e la "Disputa tra i Dottori".

Da Frasso Sabino si muove verso est in direzione dei Monti Sabini. Osservabili sono alcuni centri di poggio quali Poggio Moiano, sviluppatisi attorno all’anno Mille in seguito al fenomeno dell’incastellamento. L’area montana è contraddistinta da una perfetta integrazione tra le colture tradizionali praticate sulle pendici collinari e le vaste estensioni boschive e prative alle quote più alte, ove si pratica la pastorizia. Seguendo la via Licinese si svolterà a sinistra in direzione del Lago del Turano, superbo specchio d’acqua risultante dall’invaso delle acque del fiume omonimo. La strada conduce sinuosa verso i placidi rilievi dai quali a un certo punto si dipana lo specchio d’acqua, che verrà tenuto sulla propria sinistra fino a raggiungere Colle di Tora.

Il Lago del Turano Il Lago del Turano, che si estende tra le montagne del Cicolano è in realtà un invaso artificiale nato tra il 1936 e il 1938. Da questa data si può bene immaginare che al tempo della massima vivacità dell’abitato di Antuni, la popolazione che vi risiedeva non ammirava un lago bensì una verdeggiante conca adagiata tra le montagne. Il suo perimetro è di circa 36 chilometri, per buona parte percorsi da una strada, e le sue acque sono in comunicazione con quelle del vicino Lago del Salto attraverso una galleria di circa 9 chilometri. La diga che forma il lago, sorge in località Posticciola, ha uno sviluppo di 256 metri e un’altezza di 79 metri.

Castel di Tora è l’abitato che si sviluppa una volta oltrepassato il ponte che sormonta il restringimento del lago. Il borgo, che dispone ancora dei resti delle sua mura, ha saputo conservare le tipologie tipiche dell’architettura rurale in un contesto di antropizzazione medievale. Lungo le sue vie si ammirano edifici in pietra locale a vista con coperture in legno e manto in coppi di laterizio e Il tessuto urbanistico del centro storico è rimasto pressoché invariato fino alla prima metà del Novecento. Risale all’XI secolo la torre poligonale della fortezza, costruita su una roccia a strapiombo. Magnifici sono gli scorci che si ammirano sul Lago del Turano da differenti punti panoramici. Il comune di Castel di Tora ospita l’antico castrum di Antuni, collocato sulla cima di un colle proteso verso il Lago del Turano dal quale è quasi completamente circondato e raggiungibile attraverso un sottile istmo che collega il monte alla terra ferma. Il borgo si Antuni, abbandonato alla fine della Guerra per i danni arrecati da un errore bellico, è stato recentemente recuperato. Oltre ai numerosi ruderi delle case, tra gli edifici più importanti da vedere nella parte centrale del paese c’è sicuramente il Palazzo del Drago con le sue mura, l’antica mulattiera che conduceva al centro del borgo e la torretta. Il Palazzo del Drago, a cui si accede passando sotto un archetto, era composto da un gran numero di sale, molte delle quali affrescate, da scalinate di pietra e da ben 365 finestre. Tutta la struttura è visitabile solo esternamente e, nella facciata, è rimasto nell’aspetto originale solo il portale d’ingresso. Lì vicino, sul colle, sorge l’antico Eremo di San Salvatore su una parete a picco sul lago.

Proseguendo in direzione sud costeggiando il lago attraverso un’area incontaminata ricca di boschi di castagni, faggeti e querceti si arriva a Paganico Sabino. Il paese, collocato in posizione dominante sul Lago del Turano, è separato dalla vicina Ascrea dalle profonde Gole dell’Obito, profondo e spettacolare canyon percorso da un avvincente sentiero che si sviluppa in un contesto selvaggio e arcigno. Paganico è un minuscolo borgo dall’aspetto tipicamente medievale proprio del castrum. Il centro storico si sviluppa in strette viuzze che si inerpicano verso il punto più alto, oggi occupato dalla Parrochiale di San Nicola. L’origine romana dell’abitato è testimoniata dalla "Pietra Scritta", ubicata subito sotto la via Turanense, a ridosso del fiume Turano, a circa 2,5 chilometri da Paganico in direzione Carsoli. Con questo termine viene comunemente designato il monumento sepolcrale della famiglia dei Muttini, ricavato da un masso staccatosi in antico dalla parete rocciosa soprastante e modellato tenendo conto delle caratteristiche originali del monolito. Il monumento, che si imposta su di un basamento che presenta su tutti i lati una cornice modanata, ha un corpo con pianta quasi quadrangolare ed uno sviluppo tronco-piramidale. La parte superiore doveva probabilmente essere regolarizzata con elementi architettonici, che ne completavano la monumentalizzazione. Al di sotto del basamento era stata ricavata una cavità, oggigiorno non visibile, che doveva accogliere le spoglie di due inumati, mentre un pozzetto ricavato sulla faccia superiore doveva custodire le ceneri di un terzo defunto. L'iscrizione si sviluppa su tre righe risulta, a causa degli agenti atmosferici, in parte compromessa. Nei pressi di Paganico, sita nel territorio di Turania, si trova la “Fonte dell’Acqua Santa”, sorgente caratterizzata da uno strano fenomeno di intermittenza: l’acqua sgorga ad ore ben precise e senza una temperatura costante, presentandosi talvolta addirittura calda.

Paganico chiude degnamente un itinerario particolarmente spettacolare dal punto di vista paesaggistico, offrendo al viaggiatore scorci panoramici suggestivi, incantevoli e a volte surreali, approdo conclusivo di un tragitto che si sviluppa in un territorio magnifico e bucolico, ingiustamente e forse fortunatamente, non considerato tra i grandi circuiti turistici odierni.


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